La vicina festa di Tutti i Santi e il giorno dei Defunti ci portano a pensare al nostro destino, a quello che ci attende alla fine della nostra vita. Tema normalmente rimosso dall’orizzonte del pensiero e della riflessione, come se dovessimo mettere radici per sempre su questa terra. Alla fine, che cosa rimane? Cosa resterà della nostra vita? Resterà solo l’amore dato e ricevuto. Rimarrà solo il bene che avremo o che non avremo fatto.
C’è la pagina potente e grandiosa di Matteo 25, il vangelo del giudizio universale, che ci illumina su questo. Lì vengono richiamati sei gesti di amore, di apertura di cuore rivolte all’affamato, all’assetato, al forestiero, a chi è senza vestiti, al malato, al carcerato. E Dio si identifica con questi poveri: “L’avete fatto a me”. Incontrare e servire l’altro che è in una situazione di bisogno e di povertà, materiale o esistenziale, è incontrare e servire Dio, è “toccare la carne di Cristo” (Papa Francesco). Tutto ruota attorno al bene, fatto o non fatto.
Un canto che mi ha sempre colpito fin dall’infanzia, e che poi ho scoperto richiamava una frase di san Giovanni della Croce, diceva così: “Alla sera della vita ciò che conta è avere amato”.
Dio non ci giudicherà sull’ammontare dei nostri testamenti, o sui gradini saliti nella scala sociale, o in quello che sta scritto prima del nostro cognome: tutte cose che valgono e fanno grandi sulla terra. Nemmeno il giudizio sarà sulla pratica religiosa, sul numero delle messe partecipate, sulle preghiere e sui rosari recitati. L’esame sarà solo su quanto avremo amato quelli che la vita ci ha fatto incrociare.
Sembra, nella pagina di Matteo, che nello sguardo e nel cuore di Dio non ci sia spazio per i nostri peccati: Gesù non parla di giudizio sulle nostre colpe. Più che delle nostre debolezze e delle nostre mancanze dobbiamo aver paura delle nostre mani vuote di bene, povere di amore. Quella parola di allontanamento – “via, lontano da me…”– è proprio riferita al non aver fatto il bene, al non avere amato nella concretezza dei gesti, al non aver risposto agli appelli, gridati o silenti, dei fratelli.
La vita su questa terra è come il tempo della gestazione per essere generati alla vita piena, quella con Dio, dove ci ritroveremo tutti, amici, fratelli, figli, padri e madri.
Prepariamoci facendo il bene. Non servono grandi cose o gesti eclatanti. Basta una vita e uno stile abitati da piccoli gesti: una parola di consolazione, uno sguardo di compassione, una lacrima asciugata, un incoraggiamento sincero. Anche solo un bicchiere d’acqua!