Credo che al mondo non esista opera capace di rappresentare il mistero per eccellenza, quello della Santissima Trinità, come l’icona stupenda del monaco e pittore Andrej Rublev, venerato come santo dalla Chiesa ortodossa. L’opera è datata tra il 1422 e il 1427 e si trova a Mosca nella Galleria Tret’jakov. Già altre icone di datazione precedente a questa si riferivano all’episodio narrato in Genesi 18, dove Abramo accoglie nella sua tenda tre misteriosi ospiti che gli annunciano la nascita di un figlio, Isacco, dall’anziana moglie Sara.
In questa, che il Concilio di Mosca del 1551 ha definito l’”icona delle icone”, Rublev elimina tutti gli elementi concreti (in particolare la figura di Abramo e di Sara) per concentrarsi solo sulla famiglia divina, contemplata fuori dal tempo, nella gloria eterna. Le tre figure divine, rappresentate come tre angeli attorno ad una tavola, sono raccolte idealmente in un cerchio perfetto, che unisce i profili esterni delle figure, in una posizione di perfetta uguaglianza tra di loro. C’è tutto un dialogo e un incontro profondo, fatto di sguardi e di colori, richiamato dalla stessa architettura della scena.
A sinistra vediamo la figura del PADRE, che in qualche misura dà inizio al dialogo trinitario. A lui corrisponde una struttura, quella del tempio, sua dimora. I colori delle sue vesti sono di una luce trasparente, un lilla dorato che lascia intravedere la veste azzurra, a indicare la sua piena qualità divina e spirituale.
Al centro, cui corrisponde l’immagine della quercia di Mamre (richiamo dell’albero della vita e della croce) abbiamo la figura del FIGLIO. Questi ha la veste rossa che esprime la sua qualità umana, insieme al sangue, richiamo dell’amore donato. Il manto è azzurro, a dire la sua divinità. Ha sulla spalla la stola sacerdotale. Il Figlio guarda il Padre, dipende dal Padre ed è in ascolto del Padre. Pone il suo braccio sull’altare e con la mano benedice la coppa. All’interno del calice vediamo qualcosa di rosso cupo: qui sono diverse le interpretazioni. Qualcuno vi scorge la testa di un
agnello, o del sangue; qualcuno -forse l’ipotesi più suggestiva- intuisce un volto d’uomo, quello del Servo, che rimanda all’incarnazione e alla vita offerta per tutti. Così il Figlio sembra dire al Padre: “Io acconsento al sacrificio, acconsento al dono totale per amore”. A destra, in corrispondenza dell’immagine della montagna, luogo della rivelazione e luogo del sacrificio di Isacco e di Cristo, abbiamo lo SPIRITO SANTO. La veste azzurra parla della sua divinità, mentre il mantello verde è simbolo di vita e di speranza.
I profili interni del Padre e dello Spirito Santo richiamano ancora un calice, al cui centro si trova Cristo. Le tre figure divine tengono in mano il bastone del pellegrino, che rimanda allo scettro, simbolo della loro signoria. Abbiamo così nell’icona una comunione di sguardi che è circolo e flusso di vita, costruito e fortificato dall’accoglienza e dal dono reciproco.
Le tre persone divine sono colte in una relazione non chiusa, ma totalmente aperta: c’è posto anche per l’uomo, per chi guarda; c’è posto per ciascuno di noi. Anche noi siamo invitati a contemplare questa unità-comunione nella differenza delle persone, per imparare a vivere nella fraternità. Anche noi possiamo sedere a questa mensa, che è l’Eucaristia, per diventare un solo corpo, in attesa della mensa imbandita nei cieli.
don Fulvio