La Liturgia eucaristica si compie nei Riti di comunione. Ai riti di comunione ci introduce la preghiera del Padre nostro: riconosciamo che davanti a Dio ci poniamo non quali individui ma come persone legate dal vincolo della comunione fraterna.
I riti di comunione, fin dall’inizio, ci richiamano a concepire e vivere la comunione con il Signore dentro la fraternità. Dopo il Padre nostro il sacerdote recita una preghiera che inizia riferendosi proprio all’ultima richiesta della preghiera insegnataci da Gesù: Liberaci, Signore, da tutti i mali… La conclusione di questa preghiera ci richiama all’attesa del compimento pieno della salvezza, alla beata speranza, che implica precisamente la piena comunione con Dio e con i fratelli, che la venuta finale di Cristo, la sua ultima manifestazione, realizzerà. Anche la successiva preghiera, che chiede per la Chiesa unità e pace, rimarca l’importanza della comunione fraterna dei discepoli di Gesù, necessaria a che il mondo creda. Pur essendo importante, anzi fondamentale, la comunione fraterna o la dimensione conviviale della Santa Messa, si radica nella comunione con il Signore. I riti di comunione tendono al momento nel quale il sacerdote eleva l’Ostia e il Calice e dichiara beati gli invitati alla Cena del Signore. Beati, in quanto possono nutrirsi dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. È proprio Lui, Gesù, il Pastore fattosi Agnello, a rendere possibile la comunione con Dio e la comunione fraterna. La comunione non è alla portata degli uomini, dei loro sforzi, è –invece- dono che viene dal Cielo, da Dio, e che ha nome Gesù. E lui lo fa offrendosi, donandosi in cibo.
Un cibo che non serve ad essere assimilato da noi ma che assimila noi a sé. Mangiando il Corpo di Cristo diventiamo il Corpo di Cristo. Lui ci unisce a sé, fa di noi la Chiesa. Lui il Capo, noi le membra. Il dono straordinario di Dio giustifica la risposta dell’assemblea alle parole del sacerdote: O Signore, non sono degno…ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato. Nessuno è degno, nessuno
merita di ricevere Gesù. Per farlo occorre l’umiltà e la fede del centurione, che riconobbe la propria indegnità e, soprattutto, si affidò alla potenza salvifica della parola di Gesù. Custodiamo nel nostro cuore l’umiltà propria di chi si riconosce peccatore e, insieme e più forte, la fiducia nella misericordia del Signore.
don Fulvio